
C’erano una volta un danese, un paio di americani e un meticcio mezzo messicano. Non è una barzelletta, ma semplicemente l’inizio della storia della stella più luminosa del metal. I Metallica dei primi anni ‘80, in fondo, non erano altro che questo: quattro ragazzi imberbi, molto imberbi nonostante i furiosi tentativi, cresciuti a pane, punk e New Wave of British Heavy Metal. Soprattutto il danese, Lars Urlich, un tennista mancato figlio di un tennista appassionato di jazz, poteva vantare e vantarsi di aver seguito tour di mostri sacri come Deep Purple e Black Sabbath e di conoscere personalmente i leader dei Diamond Head, una delle band più sottovalutate della storia ma punto di riferimento costante nella carriera dei quattro. Tralasciando gli inizi, fatti di prove nelle cantine del cantante/chitarrista/bassista James Hetfield e di clamorose litigate a causa dell’incapacita’ cronica di Ulrich di tenere il tempo (difetto che l’avrebbe poi sempre contraddistinto…), la storia dei Metallica inizia con l’ingresso in formazione di Dave Mustaine, chitarrista pazzo ma geniale che, insieme al bassista Ron McGovney, finì per formare la prima incarnazione della band e per farsi cacciare per ogni genere di abuso. I primi demo vanno via come il pane e la band, a Los Angeles, si costruisce un seguito di tutto rispetto, ma la fuoriuscita di McGovney costringe il gruppo, all’inseguimento del bassista perfetto, trovato nell’hippie sui generis Clifford Lee Burton, a spostarsi a San Francisco. La droga, l’alcool e gli stravizi di ogni genere, nonché le continue risse nel furgone convincono Hetfield e Ulrich a scaricare Mustaine ed a ricorrere ad un chitarrista più innocuo, Kirk Hammett, prelevandolo dagli Exodus giusto in tempo per portarlo in studio per il debutto ‘Kill’em All’. Doveva chiamarsi ‘Metal Up Your Ass’ ma la cesoie della censura Usa lavoravano già bene al tempo… E fu subito gloria. Tour di successo ovunque, fatti di sbronze paurose ma di prestazioni sul palco all’insegna di una grinta fuori dal comune e nuova per tutti. La costante dei Metallica del tempo, per chi l’ha vissuta, era la capacità di distruggersi completamente “fuori dagli orari di lavoro” ma di dedicarsi totalmente alla musica in sala o, ancora di più, sul palco. E forse sta tutto qui il segreto per superare carenze tecniche altrimenti Himalaiane… Dopo il debutto arriva ‘Ride The Lightning’, un nuovo successo, fino all’esplosione mondiale di ‘Master of Puppets’. Il disco perfetto per molti, sicuramente uno di quelli più influenti sulle generazioni a seguire in ambito thrash, per non dire metal. Chi fermerà i Metallica? Si chiedevano molti giornali all’epoca. Ma nessuno avrebbe potuto immaginare che la risposta sarebbe arrivata in forma di lastra di ghiaccio (o di un whisky di troppo per l’autista?) che catapulta il tour-bus giù per uno sperduto burrone svedese. Da quel momento, nonostante le smentite del caso, la band non è più stata la stessa. Reclutato dai Flotsam & Jetsam il bassista Jason Newsted, i Metallica si rimettono in pista e sfornano un Ep di riscaldamento per il ‘Newkid’ contenente le cover di gioventù, prima di reimbarcarsi in un nuovo tour e di tornare in studio per ‘…And Justice For All’, l’album che contiene ‘One’: la prima promessa mancata del gruppo. “Non faremo mai fottuti video per Mtv” ma l’appeal commerciale della tv e quello essenziale della moneta sonante non fanno sconti e i Metallica confezionano un prodotto meraviglioso per il loro debutto su celluloide. Nuovi tour e nuove masse oceaniche seguiranno l’album, nonostante si riveli il più intricato, contorto e oscuro della carriera della band. Ma la rivoluzione era dietro l’angolo. Annunciato con un battage pubblicitario abnorme ‘Metallica’ (ma per il resto del mondo il Black Album) arriva nei negozi in estate e, anche in Italia, file di fan sono in attesa di fronte alle serrande chiuse sin dall’alba. Il disco piace a tutti, o quasi, ma soprattutto sfonda ogni soglia di vendite mai raggiunte da una band metal. Il pubblico, in linea con la band, si tinge di nero e affolla sempre di più i loro concerti che si assommano uno dopo l’altro in un tour infinito, nuovo record per una band dedita al metallo pesante. Ecco che cinque anni passano in un attimo ed il successore del blockbuster arriva con calma: ‘Load’, il disco che spacca in due pubblico, critica e band. Vedere i ‘Four Horsemen’ vestiti e truccati da ‘Four Gay Godfathers’ fa male al cuore di più di un fan che volta la schiena al gruppo ululando di rabbia. Ma per chi ha il coraggio di andare oltre il make-up ed i sigari cubani, c’è un lavoro che pulsa voglia di esplorare nuove soluzioni. E qui finisce la storia della band. Per la prima volta nella loro storia, i Metallica hanno paura del proprio pubblico e si chiudono in un circolo vizioso da cui non sembrano più poter uscire. Tirano fuori gli scarti di Load, li tingono di metal e li cacciano in pasto al pubblico, peggiorando solo la propria situazione. Si arrabattano con un album di cover, a ben vedere il più riuscito dal loro ingresso nel campo degli zombie, e si fanno lo sgambetto da soli duettando con un orchestra sinfonica in un disco che, per migliorare tre pezzi, ne distrugge 19. Nuova pausa di riflessione, dettata dall’addio di Newsted e dall’ingresso del funambolico Robert Trujillo, e dal ricovero in una clinica per disintossicarsi di Hetfield, ed ecco che esce ‘St.Anger’. Disco che doveva segnare il ritorno al passato, al thrash, ma che finisce per essere un viaggio verso il trash. Dalla sua gestazione esce anche un Dvd, segno tangente che i Metallica, ormai, sono una multinazionale al pari di Britney Spears o Madonna. Un peccato imperdonabile per alcuni, ma assolutamente marginale per chi ha consentito ad un fenomeno di nicchia di diventare una realtà imprescindibile del music business, a livello mondiale.
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